Facilitazione - Counseling Mantova - Relazione di Aiuto

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LA FACILITAZIONE

      La gestione di una riunione non coincide con la figura di chi la conduce, che sia il presidente, il moderatore o il facilitatore di turno, bensì col modo di esprimersi e soprattutto di ascoltare di ogni partecipante in ogni momento dell'incontro. Comunicare in modo consapevole vuol dire partecipare in modo consapevole: questa è la sostanza della facilitazione.

      Pensiamo ad un gruppo che si riunisce per discutere e decidere: ebbene, il nostro gruppo dovrà sempre fare i conti non solo con proposte che riguardano i contenuti specifici della discussione (per esempio come investire i fondi raccolti, se accettare o meno l'invito ad una manifestazione, quale arredo scegliere per la sede...), ma anche con proposte che riguardano la gestione del processo, e cioè le forme della discussione (per esempio come gestire turni e tempi degli interventi durante la riunione, cosa succede se qualcuno si dilunga o va fuori tema, se disporsi seduti in cerchio o in altri modi, prendere appunti alla lavagna, dividersi in piccoli gruppi di approfondimento...), e il metodo decisionale (per esempio il ricorso al voto oppure il metodo del consenso).

         Il riconoscimento della sostanziale differenza e del complesso rapporto tra il piano dei contenuti e quello del processo porta al concetto e alla pratica della facilitazione delle riunioni. Infatti, se sul piano dei contenuti ogni gruppo ha il suo specifico ambito di competenza che ne caratterizza l'identità e lo differenzia dagli altri (organizzazioni che lavorano su temi ambientali, altre che promuovono il commercio equo, o il software libero, ecc), sul piano del processo tutti i gruppi condividono gli stessi problemi: in che modo discutiamo ciò di cui discutiamo? In che modo decidiamo ciò che decidiamo? Ecco, la facilitazione delle riunioni (o della comunicazione, o dei processi partecipativi e decisionali, d'ora in avanti abbreviata con f.) riguarda precisamente le modalità o metodologie impiegate per discutere e decidere.

In base a questa premessa, la f. risulta in pratica sempre presente nella dinamica di un incontro – per tanto più che domandarsi se sia o meno il caso di facilitare le proprie riunioni, serve il mettersi d'accordo se farlo in modo esplicito oppure lasciarlo implicito. Infatti si può anche evitare di ricorrere a dei facilitatori, cioè quelle figure interne o esterne al gruppo che vengono formalmente incaricate di svolgere un determinato ruolo, ma non si potrà mai e poi mai evitare l'esercizio di funzioni legate alla gestione del processo, cioè impedire la f.. Per esempio: cosa succede quando qualcuno durante una riunione tiene a lungo la parola, magari ripetendosi o andando fuori tema? Ebbene, basta che un partecipante richiami l'attenzione al tempo che passa, o che inviti a ricondurre il discorso nell'ambito prescelto, quindi con interventi che riguardano il piano del processo e non quello contenuti, per configurare un'azione tipica della f.. Bene, ma chi ha dato a quel partecipante lo speciale potere d'influenzare (limitare, contenere, ricondurre) l'intervento di un altro? Chi e come ha stabilito la regola per cui “chiunque può intervenire per regolare l’intervento di altri”, regola in base alla quale il suddetto semplice partecipante sembra che stia appunto agendo? E in mancanza di una simile regola, frutto di un accordo esplicito, quali conseguenze avranno azioni del genere sulla dinamica della discussione e sul clima interno al gruppo?

Facciamo anche l'esempio opposto: anche qualora si lasciasse a chi ha preso la parola la libertà di dilungarsi quanto vuole e magari di andare pure fuori tema, nell'attesa e speranza che sappia correggersi da solo, verrebbe a configurarsi un’operazione tipica della f.: in questo caso sarebbe il silenzio del gruppo l'azione di ordine metodologico, che implicitamente sembra sostenere la regola per cui “qui chi prende la parola può parlare quanto ritiene giusto perché noi ci fidiamo della sua capacità di autoregolarsi”. Ma chi, quando, come ha stabilito una simile regola? E se non fosse mai stata stabilita quella regola, quali effetti provocherà quel silenzio?

Il fatto è che non darsi delle regole non vuol dire non seguire delle regole, bensì seguire regole che restano implicite e di cui spesso non si è nemmeno consapevoli. Ed è più libero chi segue regole (quindi limiti) che conosce, o chi, credendosi libero, segue inconsapevolmente regole che non conosce? Come dimostra la pragmatica della comunicazione umana, la questione è fondamentale sia per il benessere interno al gruppo che per il raggiungimento dei suoi scopi.

Ricordiamolo: la facilitazione riguarda le forme della comunicazione attraverso cui si esercita la gestione del potere nel gruppoCiò vale tanto per una famiglia quanto per il consiglio di amministrazione di una cooperativa o di una multinazionale, per un collegio docenti o un'assemblea condominiale – e per le tante micro-identità o subpersonalità che abitano ogni individuo.


Qui puoi trovare un approfondimento sul tema, con elementi di riflessione provenienti dalla nostra esperienza e indicazioni bibliografiche.


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